Con i Lupi alla Porta

Storia di un conflitto vecchio come il mondo

Foto e testi:
Francesco Rossi e Matteo Franchi

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Progetto pubblicato su National Geographic Italia

La Maremma è un puzzle sconfinato di campi, aree boschive, uliveti, pascoli e vigneti, sul quale si articola una straordinaria varietà di ecosistemi. Qua le grandi monocolture sono rare e resistono ancora piccole aziende che garantiscono produzioni variegate, modellando un territorio che ospita una grande biodiversità.
Un ruolo cruciale in questo schema è svolto tradizionalmente dall’allevamento brado che, oltre a garantire un’altissima qualità dei prodotti, spesso rappresenta l’ultimo presidio nelle aree rurali più remote, fondamentale per la conservazione del territorio.
Grazie ad una serie di iniziative volte alla tutela della specie, il lupo è tornato ad abitare stabilmente queste ed altre zone d’Italia, nella quali, fino a pochi anni fa, la sua presenza era solo sporadica.
Stando agli ultimi dati pubblicati, sul territorio italiano, si stima una popolazione complessiva che oscilla tra i 1600 ed i 1900 esemplari (1). Le stime in possesso della Regione Toscana parlano invece di 1300-1800 animali (su tutto il territorio nazionale), di cui circa 500 censiti solo in Toscana (2).
La buona notizia è che il lupo è l’unico predatore naturale dei grandi ungulati (caprioli, daini e cinghiali) ed è fondamentale per tenerne sotto controllo il numero e limitare gli squilibri ecologici ed i danni all’agricoltura che si potrebbero verificare se la loro popolazione aumentasse troppo. Inoltre, trovandosi al vertice della catena alimentare, la presenza del lupo suggerisce che le sue prede sono abbondanti e che quindi l’ambiente è in buono stato di salute.
La cattiva notizia è che il lupo nella sua dieta non disdegna le pecore. A conferma di questo, dal 2014 al 2017, nel Sud della Toscana, si sono verificati 1238 episodi di predazione ai danni degli allevamenti locali, che secondo i dati dell’ASL Toscana Sud-Est, avrebbero causato la perdita di 3687 capi (3).
I danni da predazione sono considerati dai piccoli allevatori come il colpo di grazia ad un settore già in profonda crisi. Tutto questo ha come sfondo un dibattito pubblico che è drammaticamente polarizzato, in cui le istituzioni sono incapaci di adottare soluzioni efficaci, probabilmente per non scontentare gli allevatori più combattivi e/o gli animalisti estremisti più irriducibili.
La radice del problema è quindi eminentemente culturale e non riguarda solo gli addetti ai lavori, ma anche e soprattutto il dibattito pubblico nel complesso, che orienta e determina le scelte politiche.
Occorrerebbe infatti uscire dalla classica contrapposizione uomo-natura, prendendo atto che, uomo e natura, sono due elementi di uno stesso sistema, ugualmente determinanti per la conservazione dell’esistente.
La Maremma, area vocata al turismo e all’agricoltura, è uno dei territori che meglio sintetizza il delicato problema della convivenza tra uomo e predatore.

(1) Mattioli, Forconi, Berzi e Perco (2014)
(2) Dati forniti da Paolo Banti, dirigente Gestione Faunistica e Venatoria della Regione Toscana, in occasione della conferenza
“Pastorizia e Predazione” tenutasi il 2 Dicembre 2016 presso il polo universitario di Grosseto.
Durante il suo intervento Banti fa anche notare che non tutte le regioni hanno attivato programmi di monitoraggio
analoghi a quelli toscani, perciò è probabile che la popolazione nazionale sia ampiamente sottostimata.
(3) Dati raccolti ed elaborati da Richard Harris per La Spia

Il Conflitto Uomo-Natura

Considerare l’essere umano come elemento distruttivo ed antagonista al concetto di natura è profondamente sbagliato.
Le aree rurali costituiscono una risorsa fondamentale per tutta la società, e l’uomo, con le sue attività, può svolgere un ruolo decisivo nella loro conservazione.
Il paesaggio maremmano, come del resto la gran parte del territorio italiano, è fortemente antropizzato. Le attività umane lo hanno modellato e contribuiscono in misura determinante al suo mantenimento.
In Maremma, ed in molte altre aree d’Italia, non si può parlare di ambiente e territorio tracciando una netta linea di demarcazione tra uomo e natura, perché anche ciò che appare selvaggio ed incontaminato è in realtà sempre il risultato dell’azione umana.

Io sono la voce di chi non ha più voce, e di chi la voce non l’ha mai avuta. La ruralità della Maremma è la cosa più grande che ci sia sulla faccia della Terra. Non esiste un altro territorio come questo, dove l’uomo ha lottato come ha fatto qui. Tutto quello che vedete oggi è frutto della volontà che questa gente aveva di stare sulla terra. Io parlo per la terra, per la grandezza di questa cultura. Forse non avrò la forza per difenderla, ma non mi arrendo, ci proverò finché avrò fiato

Fernando, pastore

Il gregge di Daniela attraversa Roccalbegna, un piccolo paese che sorge sulle pendici del Monte Amiata. L’allevamento di Daniela è uno dei pochi ancora attivi in zona. Dove prima si viveva solo di questo, le pecore spariscono e con esse i pastori e le loro famiglie.
L’agricoltura delle piccole imprese era il volano dell’economia rurale, se queste dovessero chiudere i battenti, le campagne ed i paesi si svuoterebbero e, come accaduto in altre zone d’Italia, i piccoli allevatori ed agricoltori potrebbero venire soppiantati dalle grandi aziende, con un passaggio a forme di sfruttamento intensivo del territorio. A quel punto, l’articolato paesaggio maremmano, che vede l’alternanza di aree boschive, campi coltivati, vigneti, pascoli ed uliveti, verrà coperto da ettari ed ettari di monoculture, con grave danno alla biodiversità locale.

Dylan ed il suo collega fanno parte di un gruppo di tosatori australiani, che ogni anno, in primavera, fanno il loro tour nelle aziende toscane.
Le pecore devono essere tosate prima dell’arrivo del caldo, ed il loro vello, una volta venduto per la realizzazione di prodotti tessili, oggi non ha quasi più valore sul mercato.
La tosatura può arrivare a costare il triplo di quanto viene ricavato dalla vendita della lana ed è solo uno dei tanti costi che le aziende devono sostenere.

Luisa esamina i filmati ripresi da una fototrappola, per verificare la presenza del lupo nei pressi di un allevamento.
Oggi è l’anima tecnica di DifesAttiva (spin-off del progetto Life MedWolf), un’associazione di allevatori che hanno adottato i cani da guardianìa come strumento di prevenzione degli attacchi. Il suo scopo è quello di costituire una rete che permetta, agli allevatori che vorranno aderire, di ottenere gratuitamente i cani da altre aziende, ricevere supporto durante la fase di inserimento nel gregge e condividere le conoscenze relative alla loro gestione, maturate nel corso delle attività quotidiane.

Più ci si radicalizza in schieramenti contrapposti e più gli animali muoiono. Se agli allevatori bastasse “farsi giustizia da soli” non dovrebbero esserci più attacchi, perché è documentato che il bracconaggio è un fenomeno endemico di tutte le aree rurali d’Italia. All’opposto, boicottare in modo indiscriminato i prodotti derivati dall’allevamento, significa esasperare sempre di più le aziende, e vanificare anche il lavoro svolto da quelle realtà che si sforzano di adottare strumenti di prevenzione efficaci e sostenibili.

Luisa, naturalista e tecnico DifesAttiva

In presenza di una minaccia il gregge si raduna attorno ai cani da guardianìa.
I cani da guardianìa possono rappresentare un modo per ridurre il conflitto tra allevatori e predatori, ma perché siano efficaci e non si
trasformino in un ulteriore problema per le aziende, devono essere gestiti nel modo giusto.
Un cane ben addestrato, in presenza di una minaccia, non si allontana dal suo gregge. Questo, oltre a rendere più efficace la sua azione, riduce il rischio per chi si trova ad attraversare i pascoli.
L’introduzione del cane nel nuovo gregge richiede tempo e dedizione, e deve avvenire nei primi mesi di vita. Durante questa fase, con costanza, vanno corretti tutti i comportamenti sbagliati.
Il cane non sarà effettivamente in grado di proteggere il gregge fino al raggiungimento dei due anni di vita, perciò per le aziende rappresenta un investimento a lungo termine.

Scheletro di un lupo ucciso da un bracconiere, conservato nei magazzini del museo di storia naturale di Grosseto.
Il bracconaggio ai danni dei predatori è una pratica endemica in tutte le aree rurali d’Italia, ma non rappresenta certo una soluzione al problema. In Maremma, con l’inasprirsi della polemica, sono arrivati anche atti dimostrativi forti, come l’esposizione di carcasse di lupi nelle piazze dei paesi.

Una manifestazione del Partito Animalista Europeo durante la seduta della Conferenza Stato-Regioni per l’approvazione del Piano Nazionale per la Gestione del Lupo.
Il punto 22 del piano è il più criticato dall’opinione pubblica, perché prevede la possibilità di abbattimenti selettivi.
Sono contemplati però altri 21 punti, che toccano aspetti relativi al monitoraggio e all’adozione di strumenti di prevenzione.
Il piano non piace a nessuno, né agli allevatori, che non lo ritengono risolutivo, né agli animalisti, che sono contrari alla misura degli abbattimenti e auspicano la bocciatura in toto del piano, la cui attuazione ad oggi è congelata.
Nel frattempo gli animali, lupi e pecore, continuano a morire.
Le polemiche e le strumentalizzazioni hanno portato ad una forte polarizzazione, che preclude ogni possibiltà di dialogo.
E’ necessario che gli allevatori si rendano conto che, nel contesto attuale, non è più possibile affrontare i problemi con metodi vecchi di trent’anni, perché quel tipo di soluzione non è né efficace, né compatibile con i valori della società contemporanea. Dall’altra parte, invece, si deve tornare ad una concezione meno ingenua del rapporto tra uomo e natura.

Paola e Marco, due biologi coinvolti nel progetto Life MedWolf, preparano l’attrezzatura per il wolf howling.
Il wolf howling, o tecnica dell’ululato indotto, consiste nell’emissione di una serie di ululati registrati. Con un po’ di fortuna, se nelle vicinanze ci sono dei lupi, è probabile che rispondano alle emissioni. Così è possibile rilevare la presenza dei branchi o degli individui in dispersione nella zona.
Il progetto Life MedWolf, attivo sia in Italia che in Portogallo, è finalizzato alla tutela del lupo attraverso il sostegno degli allevatori. Mira infatti all’individuazione e alla promozione di tecniche di prevenzione che possano ridurre i danni da predazione. Oltre a questo, si pone l’obiettivo di stimare la popolazione locale di lupi.
Fare una stima complessiva per tutto il territorio nazionale è complicato, perché i progetti di monitoraggio coprono aree specifiche ed i lupi non rispettano i confini amministrativi o le zone di competenza dei vari enti. Inoltre, essendo un’attività delegata alle singole regioni, ad oggi il monitoraggio non è uniforme su tutto il territorio italiano.

Non ci sto! Non ci sto a perdere tutto, a perdere la possibilità di far capire con quali sforzi e quanta tigna l’uomo a creato questo paesaggio”

Sinibaldo, pastore

Daniela, Francesca, Sinibaldo, Leonardo e Lorenzo.
Tutta l’azienda dei Murceti riunita a tavola per il pranzo.
Quella degli allevamenti maremmani è una realtà costituita soprattutto da piccole aziende a conduzione familiare.
Per aziende di queste dimensioni una delle poche possibilità di sopravvivenza è rappresentata dalla chiusura della filiera.
L’azienda dei Murceti fa tutto in famiglia; non solo producono il latte, ma negli anni hanno imparato a fare il formaggio e si sono dotati di un piccolo caseificio interno.
Anche la vendita è gestita direttamente. In questo modo il contatto con il cliente permette loro di far conoscere all’esterno la propria cultura aziendale, che costituisce un valore aggiunto per i loro prodotti.
Le aziende che si limitano a vendere il latte ai caseifici hanno maggiori difficoltà a far quadrare i conti.

L’allevamento brado per il recupero del territorio

Quella dei Murceti è la storia di una famiglia che torna alla terra.
L’azienda nasce dalla volontà di Sinibaldo di restaurare un paesaggio ed uno stile di vita che l’abbandono delle terre aveva cancellato.
In origine, la terra dove sorge l’azienda, era coltivata dalla popolazione di Castell’Azzara.

“Qua era un giardino” Dice Sinibaldo, descrivendo gli orti, i pascoli ed i campi che, dalle pendici del Monte Penna, discendevano fino al fondo della valle.
Poi, con l’apertura delle miniere, la gente abbandonò la terra, inseguendo la sicurezza del posto fisso e l’emancipazione dall’agricoltura di sussistenza. E quando le miniere chiusero, la gente non tornò nei campi, ma abbandonò la zona. Così i rovi inghittirono il territorio e le sue tradizioni.

Quando Sinibaldo ha cominciato a mettere in pratica il suo progetto, lì non possedeva nulla, ma quello era il momento giusto, perché la terra non la voleva nessuno, né gli anziani, che l’avevano abbandonata, né i giovani che non avevano intenzione di tornarci.
Così, pezzo dopo pezzo, ha iniziato a stipulare contratti con i vecchi proprietari.

Per costituire il primo nucleo dell’azienda ha dovuto firmare 31 diversi contratti. Tutte le proprietà erano frammentate, un solo appezzamento poteva avere anche una trentina di proprietari, perché negli anni non erano mai state registrate le successioni.
Sorridendo dice che i soldi spesi per il notaio superano di gran lunga il valore dei terreni.
Quanto all’azienda, la scelta naturale, in coerenza con la storia e l’attività del territorio, fu di avviare l’allevamento brado delle pecore.

Da quando ai Murceti sono stati introdotti i cani e l’abitudine di rinchiudere le pecore per la notte, non hanno più subito attacchi.
Per Francesca, Sinibaldo e Lorenzo l’unica via praticabile è quella della convivenza con il lupo. Il lupo è sul territorio e certamente nessun allevatore può esserne felice, ma la soluzione non sono gli abbattimenti, al contrario, si deve insegnare agli allevatori quali precauzioni adottare per difendersi dagli attacchi. Tuttavia, visto che queste soluzioni comportano un incremento dei costi per le aziende, si deve fare anche in modo che chi questo lavoro non lo fa, ma consuma i prodotti caseari, si renda conto di cosa implichi, per i produttori, la convivenza con il lupo.

Comprando nella grande distribuzione non si aiuta il lupo. Lo si aiuta solo comprando i prodotti dei pastori che decidono, nonostante tutto, di restare su questi territori a fare presidio”

Lorenzo, azienda I Murceti

Rita ha ventitre anni ed è una cinofila di Conservation Canines, associazione nonprofit coinvolta da Grupo Lobo nel ramo portoghese del
progetto Life MedWolf.
Zeus invece di anni ne ha sette ed è un cane addestrato alla ricerca di escrementi di lupo. Proviene da un canile, come tutti i cani di Conservation
Canines, e può rintracciare fino a 35 specie differenti.
La ricerca di escrementi è finalizzata a valutare, attraverso l’analisi genetica, il tasso di ibridazione nella popolazione di lupi su scala locale.

Daniela nella sua capanna sui pascoli del Monte Labbro.
In estate, quando la temperatura lo permette, spesso dorme qua, da sola, senza elettricità e acqua corrente, per sorvegliare il suo gregge.

Il Gregge di Daniela nel ricovero notturno sul Monte Labbro.

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